Testimonianze

Testimonianza di un'infermiera che ha lavorato prima, durante e dopo il Covid-19 nell'Ospedale Riuniti di Foggia

Nel nostro progetto abbiamo deciso di intervistare un'infermiera del Policlinico Riuniti di Foggia. 

Partendo dai ricoveri possiamo dire che, prima del Covid i pazienti arrivavano in pronto soccorso e nel caso in cui veniva eseguita nell'immediato una diagnosi, i pazienti venivano indirizzati negli specifici reparti a seconda della patologia/problematica diagnosticata. Nel caso in cui c'erano una serie di patologie per cui c'era bisogno di indagini diagnostiche più precise, inizialmente veniva stabilizzato il paziente in pronto soccorso e successivamente veniva spostato nel reparto di competenza, per esempio se la patologia riguardava l'area chirurgica, veniva trasferito nel reparto chirurgico, se invece era di pertinenza medica e quindi la patologia poteva essere risolta con la terapia farmacologica, veniva trasferito nell'area clinica (reparti di medicina, geriatria, lungodegenza, gastroenterologia, endocrinologia). Laddove non c'era posto nel reparto di competenza per una determinata patologia, il paziente veniva portato in un altro reparto in cui c'era il posto "di appoggio". Nel momento in cui nel reparto di pertinenza veniva liberato il posto letto, il paziente veniva trasferito nel reparto adatto. Pertanto, possiamo dire che, prima del covid c'era una gestione dei posti letto molto più agevole rispetto al periodo covid.

Per quanto riguarda le malattie infettive, i ricoveri nel reparto di competenza avvenivano nel momento in cui veniva diagnosticata una tubercolosi o una sepsi importante che non poteva essere gestita nei reparti di terapia medica e quindi veniva gestita dal reparto di malattie infettive. Possiamo dire che nelle malattie infettive si arrivava "alla fine", cioè solo quando la malattia infettiva veniva diagnosticata in pronto soccorso o in altri reparti.

Con l'avvento del Covid c'è stata fin da subito la necessità di capire dove dovesse essere ricoverato il paziente, e con questa nuova situazione è cambiata anche la gestione del paziente dall'arrivo al pronto soccorso, alla diagnosi, fino ad arrivare al ricovero.

Con l'arrivo del Covid, i pazienti non venivano più destinati nei diversi reparti di specializzazione, ma veniva effettuata una divisione in base alla positività o alla negatività del paziente al tampone. Se il paziente fosse risultato positivo, la procedura di ricovero durante il covid sarebbe avvenuta in questo modo: la persona arrivava in pronto soccorso, veniva sottoposto al tampone e veniva portato nella zona grigia, che fungeva da "zona di smistamento", cioè la zona destinata ai pazienti che erano in attesa dell'esito del tampone. Questo veniva fatto per evitare che eventuali soggetti positivi venissero trasferiti nei reparti e contagiassero i pazienti negativi. Quindi, ad esempio, poteva presentarsi in pronto soccorso un paziente con frattura al femore, che però se fosse risultato positivo, sarebbe stato appoggiato nel reparto in cui si stava formando la zona grigia, diventata poi medicina d'urgenza. All'inizio, inevitabilmente, questa situazione totalmente nuova per tutto il personale ospedaliero, portò una grande confusione, perché medici e infermieri non sapevano se curare prima la patologia per il quale il paziente arrivava in pronto soccorso oppure curare prima il covid. In generale c'è stata grande confusione a livello organizzativo, in quanto in pronto soccorso, c'era una promiscuità di pazienti negativi/positivi che rendevano ancora più precaria la situazione in cui la struttura già riversava. Per questo motivo viene "costruita la zona grigia" per evitare che un soggetto eventualmente positivo, che stava aspettando il risultato del tampone, infettasse gli altri pazienti negativi nel reparto di pertinenza.

Quindi nascono le prime criticità nell'ambiente e tra il personale ospedaliero, perché le patologie con cui arrivavano i pazienti in pronto soccorso passavano in secondo piano, giacché c'era l'urgenza di curare in modo prioritario la componente infettiva da covid rispetto alla patologia. Gli unici casi in cui veniva data la precedenza alla patologia rispetto al covid erano casi molto urgenti come ictus e infarti. Fu questo uno dei motivi principali per cui ci fu un aumento di decessi più elevato degli anziani, in quanto soggetti fragili e perché erano presenti già comorbilità, che con l'aggiunta del covid hanno peggiorato ancor di più la loro situazione.

Il personale di fronte a questa nuova situazione era impreparato e per questo motivo si cominciò fin da subito a mettere in atto una strategia che portasse ad un contenimento del problema. Nacque a questo punto la necessità di creare per ogni reparto due zone: la zona positivi e la zona negativi. Nascono quindi i "doppioni" dei reparti.

"Nel reparto in cui io lavoro, c'erano tre reparti specifici di medicina: medicina universitaria, medicina ospedaliera. Nella medicina ospedaliera c'era la zona grigia, dove quando arrivava il paziente, faceva il primo tampone, poi ne faceva un altro dopo 24 ore e un altro ancora a 48 ore. Se fosse stato ancora positivo sarebbe rimasto lì, altrimenti una volta negativizzato veniva spostato nel reparto specifico per curare la patologia per cui era arrivato in pronto soccorso". Quindi la creazione della medicina d'urgenza è stato un valido aiuto per far fronte al contagio Covid-19. Ma comunque in generale c'è stata grande confusione in quanto c'era una promiscuità di pazienti negativi/positivi, perché nel frattempo che un soggetto negativo aspettava il risultato del tampone nella zona grigia, si trovava comunque in contatto con qualche positivo e quindi a sua volta c'era la probabilità di contagio. Prima di organizzare la zona positivi e negativi, c'è stato un cambiamento a livello strutturale, cioè, sono state create nuove strutture e nuove stanze diverse dal solito; anticamera in cui l'infermiere entra, si veste e poi entra nella vera e propria stanza del paziente. In una fase successiva c'è stato anche un miglioramento organizzativo nel pronto soccorso. Se prima il paziente stava una settimana, poi ne restava due. Si doveva stabilizzare il paziente, se ancora positivo veniva trasferito nella medicina positiva, se negativo veniva trasferito nella medicina negativa. Ad un certo punto molti reparti vennero accorpati, perché pian piano medici e soprattutto infermieri hanno cominciato ad ammalarsi di covid e per questo motivo, essendoci scarsità di personale medico, la soluzione migliore fu quella di accorparli. In molti casi gli infermieri che restavano "immuni" andavano a dare una mano nei reparti in cui c'era mancanza di personale (molti reparti sono stati chiusi). In un primo momento al personale che si ammalava, il covid veniva riconosciuto come infortunio sul lavoro, ma ad un certo punto, vista la situazione dilagante, venne riconosciuto come una vera e propria malattia.

Nei casi dei pazienti che effettuavano la dialisi, viene aperto il reparto nefrocovid, cioè i pazienti affetti da malattia renale cronica che avevano bisogno della dialisi, non tornavano più a casa come avveniva secondo la prassi, ma rimanevano ricoverati per tutto il periodo di positività. Una volta negativizzati, questi pazienti, ritornavano alla normale gestione della dialisi.

Per quanto riguarda la gestione delle visite ai pazienti, nella prima fase la situazione risultava molto critica, poiché non conscendo bene la malattia, il personale medico non sapeva come gestire il lato "umano"; quindi, per molto tempo le visite da parte dei parenti ai degenti covid erano severamente vietate, tranne per le partorienti o per i soggetti fragili a cui era riservata la visita di un solo familiare in due fasce orarie (pranzo e cena) e per soli 30 minuti. Il parente che doveva entrare a far visita al paziente era innanzitutto sottoposto a tampone, misurazione della temperatura corporea, lavaggio delle mani e disinfezione; una volta passato questo "primo step" i soggetti entravano nella stanza del proprio parente, muniti di mascherine e protezioni. Per quanto riguarda i pazienti ai quali non era permesso incontrare i propri cari, molte volte utilizzavamo tablet o telefonini, per effettuare videochiamate in modo da garantire comunque il contatto con la propria famiglia, poiché erano considerati gli unici mezzi disponibili per non far sentire soli i pazienti ricoverati in quel periodo.

Nella seconda fase del Covid, quando cominciarono ad essere effettuati i vaccini, i parenti potevano andare a fare visita ai parenti muniti di mascherina ffp2 e di green pass, oppure in alternativa dovevano presentare il risultato negativo del tampone. La fascia oraria era sempre limitata alle ore di pranzo e cena.

Inoltre, per i DPI (dispositivi di protezione individuale) nella prima fase del Covid si era totalmente impreparati soprattutto e soprattutto c'era grande scarsità, poiché disponevamo di molto meno materiale sanitario, rispetto a quello di cui avevamo effettivamente bisogno; infatti, alcuni operatori hanno provveduto a comprare personalmente camici, mascherine e visiere.

A distanza di due anni, con la campagna vaccinale, al netto di tutte le questioni che ci sono state a riguardo, con l'uso dei DPI (che si sono sempre usati anche prima del Covid), il personale sanitario si è trovato a dover enfatizzare ancor di più il concetto per cui ogni paziente deve essere trattato come potenziale infetto. Se prima la mascherina veniva utilizzata solo per la gestione dei malati affetti da malattie tipo tubercolosi, per particolari operazioni o comunque malattie infettive, ad oggi la mascherina non viene più tolta sia dal personale sanitario che dai pazienti. Quindi il covid ha portato ad un uso più consapevole dei DPI.

Qualche mese dopo la fine della pandemia sono stata spostata al reparto di nefrologia e posso dire che i pochi casi che ci sono stati di positività al covid, sono stati gestiti in questo modo: per prevenzione veniva effettuato l'isolamento anche per un singolo paziente anche se c'era stato un semplice legame con qualcuno raffreddato.

A distanza di due anni dal covid posso dire che c'è stato un ritorno alla "normalità". Infatti, ad oggi il tampone al pronto soccorso viene effettuato solo se il paziente presenta sintomi come tosse, febbre o raffreddore, perché comunque si deve escludere l'ipotesi infettiva. Ad oggi c'è la fase della sperimentazione, perché per un anno/un anno e mezzo siamo sati sottoposti ai vaccini, adesso c'è l'osservazione vera e propria degli effetti del vaccino. A distanza di due anni si effettua il monitoraggio degli anticorpi.

Ad oggi almeno nel reparto di medicina viene mantenuta ancora la zona grigia, perché un minimo di allerta gialla c'è sempre come pure un'attenzione al Covid anche se notevolmente ridotta rispetto al passato. 

Testimonianza paziente Covid-19 nell'Ospedale Riuniti di Foggia

Una delle testimonianze, dei pazienti covid, presenti nell'ospedale del Riuniti di Foggia è quella di Vincenzo, un operatore sociosanitario, che è riuscito a sconfiggere il virus grazie ai medici che hanno fatto di tutto per salvarlo.

Vincenzo, una volta tornato in forze, ha preso un'importante decisione, nonché quella di offrire un personale contributo al fine di aiutare a distruggere il male del secolo.

Il paziente è stato ricoverato nel Reparto di Rianimazione di Malattie Infettive e Reumatologia del Riuniti e a differenza di tanti altri pazienti, è riuscito a tornare a casa con nuove conferme e altrettante consapevolezze.

Vincenzo Nardella era un paziente cinquantacinquenne di San Severo gravemente ammalato di Covid, che ha commosso tutti coloro che hanno avuto modo di leggere la sua storia.

Vincenzo era arrivato in condizioni critiche e a sirene in funzione continua, presso l'ospedale di Foggia, la sera del 14 dicembre.

Aveva una gravissima polmonite bilaterale interstiziale, aggravata da embolie polmonari in atto, ed è stato perciò sottoposto all'istante a coma farmacologico, intubato e subordinato a continui cicli di pronazione.

Le speranze fornite dai medici ai suoi familiari erano appese ad un filo, non c'era alcuna certezza che si potesse svegliare.

Le condizioni di Vincenzo restano gravi per diversi giorni, passati in sospeso tra la vita e la morte è stato continuamente seguito con un'abnegazione e uno spirito di sacrificio fuori dal normale dai sanitari foggiani.

Dopo questi giorni in rianimazione sono stati registrati i primi segnali di ripresa, pertanto, è stato svegliato, trasferito nel reparto Malattie Infettive e riabilitato, fino a ritornare a casa dove lo aspettava l'abbraccio della moglie.

Come già accennato all'inizio, Vincenzo, dopo essersi ripreso ha deciso di offrire, da operatore sociosanitario, un importante aiuto per provare a porre fine al virus.

Per ironia della sorte, Vincenzo, due giorno dopo l'avvenuto ricovero, avrebbe dovuto prendere servizio proprio per contrastare la situazione.

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